I file informatici sono qualificabili cose mobili ai fini dell’applicazione del delitto di appropriazione indebita.

La Corte di Cassazione, sezione penale, con la sentenza n. 11959 del 7 novembre 2019 e depositata in data 10 aprile 2020, ha affermato che i dati informatici possono essere qualificati beni mobili ai fini dell’applicazione del delitto di appropriazione indebita per la sottrazione non autorizzata dei file memorizzati in un personal computer aziendale da parte di un dipendente in procinto di rassegnare le dimissioni.

La pronuncia si discosta dai precedenti orientamenti in materia, che avevano escluso i beni immateriali – quali opere dell’ingegno, idee, informazioni in senso lato – dal novero delle cose mobili suscettibili di appropriazione indebita, delitto applicabile unicamente ai beni mobili.

La Corte di Cassazione, nella sentenza in commento, evidenzia che secondo le nozioni informatiche comunemente accolte (in particolare quelle indicate dalle specifiche ISO), il file è l’insieme di dati archiviati su un determinato supporto di memorizzazione digitale. Questa struttura possiede una dimensione fisica che è determinata dal numero delle componenti necessarie per l’archiviazione e la lettura dei dati inseriti nel file. I file occupano fisicamente una porzione di memoria quantificabile, la dimensione della quale dipende dalla quantità di dati che in essa possono esser contenuti, e possono subire operazioni (ad esempio, la creazione, la copiatura e l’eliminazione) tecnicamente registrate o registrabili dal sistema operativo.

Pur non potendo essere materialmente percepito dal punto di vista sensoriale, il file possiede una dimensione fisica costituita dalla grandezza dei dati che lo compongono. Di conseguenza, conclude la Corte, bisogna ritenere il file una cosa mobile, definibile quanto alla sua struttura, alla possibilità di misurarne l’estensione e la capacità di contenere dati, suscettibile di esser trasferito da un luogo ad un altro, anche senza l’intervento di strutture fisiche direttamente apprensibili dall’uomo.

(Corte di Cassazione, sezione penale, sentenza n. 11959 del 7 novembre 2019 e depositata in data 10 aprile 2020)