Il fonogramma incorporato in un’opera audiovisiva non conferisce agli artisti interpreti il diritto all’equa remunerazione.

Con la sentenza del 18 novembre 2020, resa nella causa C-147/19, la Corte di Giustizia si è pronunciata su una controversia promossa da alcuni enti di gestione collettiva dei diritti degli artisti interpreti ed esecutori nei confronti di una società proprietaria di diversi canali televisivi. Quest’ultima non aveva versato l’equo compenso previsto dall’art. 8.2 della Direttiva 2006/115/CE in seguito alla diffusione televisiva di opere audiovisive che incorporavano fonogrammi.

La citata norma dispone che gli Stati Membri debbano garantire il versamento agli artisti interpreti di un’equa remunerazione allorché un fonogramma pubblicato a scopi commerciali o una riproduzione del medesimo venga utilizzato per una radiodiffusione via etere o per una qualsiasi comunicazione al pubblico.

La Corte è stata, quindi, chiamata a stabilire se la nozione di “riproduzione di un fonogramma pubblicato a scopi commerciali” prevista dall’art. 8.2 della Direttiva 2006/115/CE includa la riproduzione, in una registrazione audiovisiva contenente la fissazione di un’opera audiovisiva, di un fonogramma pubblicato a scopi commerciali.

In assenza di una definizione di “fonogramma” nelle Direttive UE in materia di diritto d’autore, la Corte si è basata sugli artt. 3, lett. b) della Convenzione di Roma e 2, lett. b) del WIPO Performances and Phonograms Treaty, ai sensi dei quali per “fonogramma” si intende qualsiasi fissazione esclusivamente sonora dei suoni di un’esecuzione o di altri suoni. Ha, di conseguenza, escluso, che la registrazione audiovisiva contenente la fissazione di un’opera audiovisiva rientri nella nozione di “fonogramma” e che la comunicazione al pubblico di tale registrazione conferisca all’artista interprete il diritto all’equa remunerazione.

(Corte di Giustizia, sentenza del 18 novembre 2020, causa C-147/19)