La Corte di Cassazione ha ribadito due importanti principi in tema di tutela penale del marchio.

La Corte di Cassazione, con la sentenza del 30 giugno 2020 n. 19541, ha ribadito due principi di diritto in tema di tutela penale del marchio, ai fini dell’applicazione - in particolare - dei reati di introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi (art. 474 c.p.) e vendita di prodotti industriali con segni mendaci (art. 517 c.p.).

Il reato di introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi punisce la riproduzione integrale, emblematica e letterale del segno distintivo o del marchio ovvero la riproduzione parziale di essi, realizzata in modo tale da potersi confondere col marchio o col segno distintivo protetto. In presenza di marchi di larghissimo uso e di incontestata utilizzazione da parte delle relative società produttrici, ricorda la Corte, non è richiesta la prova della registrazione del marchio, gravando invece su chi ne deduce l’insussistenza l'onere della prova.

In caso di contraffazione non riproduttiva - che determina l’inapplicabilità della fattispecie di cui all’art. 474 - può comunque risultare applicabile il reato di vendita di prodotti industriali con segni mendaci. Tale fattispecie punisce la messa in circolazione di opere dell'ingegno o prodotti industriali recanti marchi o segni distintivi atti ad ingannare il compratore su origine, provenienza o qualità della merce. Ai fini della sua applicazione è sufficiente che i nomi, marchi o segni distintivi apposti sui prodotti posti in vendita risultino semplicemente ingannevoli, pur avendo pochi tratti di somiglianza con quelli originali e siano solo imitativi e non compiutamente riproduttivi.

Sarebbe, pertanto, sufficiente la mera imitazione o la semplice somiglianza del marchio o del segno distintivo del prodotto industriale, tale da creare confusione nel consumatore mediamente diligente, traendolo in inganno sull'origine, qualità o provenienza del prodotto da un determinato produttore, non essendo necessaria né la registrazione o il riconoscimento del marchio, né la sua effettiva contraffazione né, infine, la concreta induzione in errore dell'acquirente sul bene acquistato.

(Corte di Cassazione, sentenza del 30 giugno 2020 n. 19541)