La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si pronuncia sulla conservazione a tempo indeterminato di dati biometrici e fotografie

Con sentenza del 13 febbraio 2020, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha statuito che la conservazione a tempo indeterminato di informazioni sul DNA, impronte digitali e fotografie di un uomo condannato per guida in stato di ebbrezza viola il diritto fondamentale al rispetto della vita privata previsto dall’art. 8 della CEDU.

Il caso origina dal ricorso di un cittadino del Regno Unito contro la Polizia dell’Irlanda del Nord e riguarda la possibilità offerta dalla legislazione del Regno Unito di conservare a tempo indefinito informazioni genetiche e altre categorie di dati riferite a persone condannate.

La Corte ha accolto il ricorso, ma ha chiarito che la conservazione di simili informazioni senza limiti di tempo non può ritenersi, di per sé, illegittima. Ciò che rileva, infatti, è che prima di adottare misure di questo tipo sia svolto un test di proporzionalità che individui un giusto equilibrio tra interessi pubblici e privati.

Nel caso di specie, la polizia aveva adottato la misura senza considerare la gravità dell’offesa perpetrata, l’effettiva necessità di una conservazione senza limiti temporali e, soprattutto, in mancanza di uno strumento che consentisse al condannato di sindacare la decisione. Per tali motivi, la Corte ha ritenuto che la conservazione dei dati costituiva un’interferenza sproporzionata nei diritti privacy del ricorrente, non considerabile come “necessaria in una società democratica”.

(Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sentenza del 13 febbraio 2020)