La sola detenzione con finalità commerciali di copie pirata di un software è sufficiente alla configurazione del reato previsto dall’art. 171-bis l.a.

Il Tribunale di Roma, con la sentenza dell’8 gennaio 2020, ha ribadito che ai fini della configurazione del reato previsto dall’art. 171-bis l.a. non rileva la circostanza che l’autore della condotta illecita non sia proprietario dell’esemplare del software contraffatto, essendone sufficiente la detenzione con finalità commerciali.

Il caso deciso dal Tribunale di Roma prendeva origine da un procedimento cautelare di descrizione presso la sede di una casa editrice durante il quale era emerso che nei PC in uso dei dipendenti della resistente erano installate copie “pirata” dei programmi per elaboratore prodotti dalle ricorrenti.

Oltre alla liquidazione del danno patrimoniale le ricorrenti invocavano la liquidazione del danno non patrimoniale, da valutarsi in via equitativa, stante l’applicabilità del reato di cui all’art. 171-bis l.a. Tale circostanza veniva contestata dalla resistente in quanto i PC su cui erano installate le copie del software contraffatto non risultavano di sua proprietà

 Il giudice romano ha considerato irrilevante, ai fini della sua responsabilità, che la resistente non avesse fra i propri beni patrimoniali alcun materiale informatico, ben potendo la stessa impiegare per lo svolgimento delle sue attività computer e supporti informatici che si trovavano nella sua disponibilità, pur non essendo di sua proprietà.

L’art. 171-bis L.A. fa riferimento alla pura detenzione del software a scopo commerciale ed imprenditoriale, configurandola quale ipotesi di reato, così come, ai fini dell’integrazione dell’illecito civile, la legge sul diritto d’autore richiede unicamente lo sfruttamento, non richiedendo in alcun modo che l’autore della condotta illecita debba anche essere proprietario dell’esemplare contraffatto.