La valutazione delle pratiche commerciali scorrette di un internet service provider deve essere coordinata con la disciplina sul commercio elettronico.

Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 1217 del 17 febbraio 2020, ha stabilito che non vi è una oggettiva incompatibilità tra la figura del professionista, ai sensi della normativa sulle pratiche commerciale scorrette, e quella di hosting provider, ai sensi della normativa sul commercio elettronico.

Il caso in esame nasceva dalla contestazione di pratiche commerciali scorrette nei confronti di una piattaforma di hosting utilizzata dagli utenti per la compravendita secondaria tra privati di biglietti per assistere a eventi culturali. L’AGCM imponeva quindi ai titolari della piattaforma l’obbligo di indicare il valore facciale (face value) e il numero di posto e/o fila (seat location) dei biglietti venduti dagli utenti sulla piattaforma.

Dopo aver ricordato gli elementi essenziali della normativa sul commercio elettronico, tra cui la distinzione tra hosting provider “attivo” e “passivo”, il Consiglio di Stato ha qualificato detta piattaforma come un hosting provider “passivo”. L’AGCM avrebbe voluto mutare tale figura in hosting provider “attivo” mediante l’imposizione di rendere noti, in particolare, il valore del biglietto facciale e il posto a sedere. Tali informazioni non risultano essere nella disponibilità della piattaforma e pertanto non può essere tenuta a pubblicarle e controllarle, senza mutare la stessa natura dell’attività imprenditoriale svolta e il conseguente regime di responsabilità.

Le due discipline, concludono i giudici, devono essere coordinate nel senso che è possibile sanzionare le condotte che violano le regole della correttezza professionale ma non è consentito che mediante l’applicazione della disciplina sulle pratiche scorrette si impongano all’hosting provider prestazioni non previste dalla disciplina sul commercio elettronico e dallo specifico contratto concluso.