TAR Lazio: i dati personali hanno valore economico e possono costituire la controprestazione di un contratto

Il TAR Lazio, con sentenza n. 261/20, ha confermato la condanna di Facebook al pagamento di 5 milioni di euro disposta nel 2018 dall’AGCM per violazione della disciplina sulle pratiche commerciali scorrette.

Nel dichiarare che l’iscrizione alla piattaforma social è gratuita (“è gratis e lo sarà sempre”), Facebook non avrebbe rispettato gli obblighi di chiarezza, completezza e non ingannevolezza delle informazioni che devono essere fornite al consumatore. Facebook non sarebbe un servizio gratuito, perché l’iscrizione e l’uso della piattaforma richiedono all’utente di conferire i propri dati personali, che sarebbero sfruttati per fini commerciali (mediante l’offerta di pubblicità online basata sulla profilazione degli utenti).

Alla base della pronuncia vi è il riconoscimento dei dati personali come asset economico, da considerarsi quale vera e propria controprestazione del contratto per iscriversi al social network.

Questa linea interpretativa potrebbe avere effetti rilevanti per i servizi online rivolti ai minori d’età: in assenza del consenso dei genitori, i minori potrebbero essere ritenuti incapaci di iscriversi a un social o di scaricare un’app. Il limite di 14 anni di età stabilito dal riformato Codice privacy per la validità del consenso privacy, infatti, non potrebbe prevalere rispetto all’incapacità contrattuale prevista dal Codice civile per i minori, posto che è proprio il GDPR a stabilire che la validità del consenso privacy dei minori non pregiudica le norme nazionali sul diritto dei contratti.

(Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, sentenza n. 261 del 10 gennaio 2020)